Entrambi, autonomamente, ci pensavamo da tempo. Un luogo, un Giardino Botanico da realizzare a Salerno.
Ci hanno fatto conoscere perché entrambi ne parlavamo in giro cercando uno “sponsor”. E forse, sul finire degli anni ottanta, i tempi cominciavano ad essere maturi per una Salerno che potesse ripensare alla sua lontana e gloriosa storia, come base per un futuro più consapevole.
Bisognava trovare il luogo: un giardino, certo, ma quale, con che dimensione, in che zona della città?
Poi il comune ricordo di qualcosa visto e fotografato mille volte, dall’inizio degli anni settanta, scoprendo uno sconosciuto e degradato Centro Antico: un’imponente e cadente fontana, là in alto sulle mura, seguita da una teoria di pilastri, coperti di vite, che s’inerpicavano verso i monasteri del Plaium Montis, dove spiccava l’imponente araucaria. Ma il Giardino, più che visto, era immaginato. Cercando punti di vista migliori, dall’alto, di fronte, sempre si restava delusi. La cornice dell’antica pergola racchiudeva un intrico di vegetazione, che nulla mostrava del suo interno e lo proteggeva come uno scrigno.
Ma cos’è, da dove si entra, di chi è? Possibile che nel cuore della città vi sia un giardino storico che nessuno conosce?
Unimmo le nostre forze nella ricerca ed una mattina, increduli, penetrammo quel piccolo lembo di , accolti con simpatia da “don” Antonio Pierro, nume tutelare del Giardino da almeno quarant'anni.
Era un trionfo di varietà botaniche, vero archetipo di giardino/orto mediterraneo, bello e utile.
I diversi terrazzamenti, uniti dalla scalea pergolata, erano ricolmi d’agrumi e viti, la “pizzutella”, la“sanginella”, accanto a rigogliosi banani e strelitzie, e poi ancora filari di pomodorini vesuviani e fragole di bosco, monumentali euforbie arboree ed enormi capperi che spuntavano da muri sbrecciati, gelsomini e rose, festoni d’azzurre ipomee e vecchi vasi con gerani e peperoncini dalle forme più strane. Sembrava che qualunque pianta, dalla più comune alla più “difficile”, potesse vivere in quel luogo incantato, e ognuna con lo stesso diritto di cittadinanza. Certamente molto era dovuto allo speciale microclima, all’abbondanza d’acqua e alla felice esposizione, oltre alle cure assidue ed esperte di don Antonio, ma c’era qualcosa in più…
Facendoci strada, a stento, tra quell’abbondanza di forme, profumi e colori, scoprivamo percorsi e resti di dipinti murali, peschiere ricolme di ninfee e di pesci colorati, fontane e sedute ricoperte di concrezioni, muschi e capelvenere. Intanto il padrone di casa ci raccontava come il Giardino, quale pertinenza del Pio Istituto di Ricovero, era divenuto proprietà del Comune di Salerno e che, soprattutto dopo il terremoto dell’ottanta, era aumentato il degrado generale delle strutture. Ci mostrava come (con il fil di ferro!) cercava di mantenere in piedi pilastri cadenti o, sempre con mezzi di fortuna, di conservare efficiente il sistema di canalizzazione, raccolta e distribuzione delle acque, tra la generale indifferenza.
La visione dell’antico Giardino, unione inestricabile di rigoglio e decadenza, tipico delle romantiche rovine illustrate dai viaggiatori del Gran Tour, la sua posizione, fisica e storica (al di sotto dei conventi dove operò la Scuola Medica), la speciale atmosfera, ci convincevano sempre più che solo quello poteva, doveva, essere “Il” luogo.
Poi un segnale, forte, inequivocabile: dietro un alto filare di piselli apparve il più bell’esemplare di Colocasia mai visto (forse l’unico presente in città in quegli anni). Affondava le complicate radici in una vasca, dove un rivolo d’acqua sorgiva ricadeva dalla bocca di un mascherone in marmo, una Gorgone, quasi nascosto dalle grandi foglie.
Subito tornò alla mente la Colocasia descritta da Matteo Silvatico nelle sue Pandette, “[…] Et ego ipsam (culcasiam) habeo Salerni in viridario meo, secus spectabilem fontem […]”, e affiorò la sensazione che un allegro spiritello ancora abitasse quel magico luogo …
Una sensazione confermata, negli anni, dalla ricerca archivistica di Paola Valitutti e Sergio Marino: quel giardino è ubicato nell'area ove, nel dodicesimo secolo, era la proprietà della famiglia Silvatico.
Il Giardino della Minerva è stato poi recuperato, con una gestazione durata più di 15 anni, e tante sono le cose accadute, fino ad arrivare all’avvio di una gestione attenta alla rivalutazione della memoria e della tradizione botanica della Scuola Medica Salernitana.
Permane, nella nostra mente, la sensazione che è il luogo stesso ad aver accompagnato, e “favorito”, le nostre intuizioni e scoperte.